Laboratorio sul diritto dei bambini

DIRITTI DEI BAMBINI, DELLE BAMBINE E DELLA LORO FAMIGLIE

SEL, Autitorium Soderini – Milano

11 aprile 2015

Durante la discussione promossa da SEL – Sinistra Ecologia Libertà – a Milano che è stata chiamata “2011-2021 la Milano che possiamo” uno dei tavoli è stato così titolato: “diritti dei Bambini, delle Bambine e delle loro famiglie”.

Tavolo pensato e strutturato su due assi:
1) da Milano amica dei bambini e delle bambine a Milano città educativa
2) il diritto dei bambini e delle bambine alla famiglia.

Hanno coordinato:
Nicola Iannaccone e Imma Cusmai

Relatori:
Gisella Bassanini – Associazione Smallfamilies
Angela Lanzi – Presidentessa Commissione Politiche Sociali zona 5
Michela Jesurum – Energie Sociali Jesurum Lab
Paolo Mottana – Professore Bicocca Dip. Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”
Elisabetta Strada – Presidentessa della Commissione Educazione del Consiglio Comunale Milano

Contributi speciali:
Irene Bernardini – psicoterapeuta mediatrice Centro GeA del Comune di Milano
Fiammetta Casali – UNICEF Milano
Diana De Marchi  – Elda Caserta – insegnante
Cristina Deleo – insegnante

qui l’evento generale:
https://www.facebook.com/events/1651920898361455/

Di seguito il sunto degli interventi:

Nicola Iannaccone – Psicologo Psicoterapeuta

Con la Giunta Pisapia Milano ha affrontato seriamente varie questioni relative all’essere bambini a Milano e sono state assunte decisioni importanti che hanno iniziato a rendere veramente Milano una città amica dei bambini e delle bambine. Nel rilanciare questa esperienza nell’orizzonte 2021 non si tratterà solo di rafforzare e stabilizzare questi risultati ma di aprire una nuova prospettiva quella di rendere Milano una città educativa. Dal Manifesto de “le città educative” “La città sarà educativa quando riconoscerà, eserciterà e svilupperà, accanto alle sue funzioni tradizionali (economiche, sociali, Politiche e di prestazione di servizi) una funzione educativa ovvero quando assumerà una intenzionalità e uria responsabilità circa la formazione, la promozione e lo sviluppo di tutti i suoi abitanti, a cominciare dai bambini e dai giovani” e ancora: la città educativa è una città in grado di offrire alla scuola un luogo concreto, reale dove avviare processi di “apprendimento attivo” e promuovere così una didattica basata sull’esperienza, sui vissuti a partire dall’esercizio della cittadinanza attiva, partecipata e democratica. Ma la città educativa non è solo una questione “da insegnanti” Quando parliamo di città educative dobbiamo ricordarci che i bambini sono degli ottimi educatori gli uni per gli altri molto più di quanto gli adulti non riescano ad essere. Imparare e insegnare sono attività reciproche. Se le città amiche seguono l’adagio che per educare un bambino ci vuole un villaggio le città educative ribaltano il concetto: per educare una città ci vogliono i bambini. La città educativa è una città che reinventa e valorizza le relazioni: I bambini hanno bisogno di sviluppare competenze all’interno delle proprie comunità , sia tra loro che con gli adulti e non saltuariamente, ma nella pratica quotidiana. La città educativa è una città partecipata e una città partecipata è democratica: i meccanismi partecipativi insegnano e rafforzano la democrazia. La democrazia si impara attraverso la pratica:, non può essere insegnata. L’idea di una democrazia forte si costruisce abitando luoghi dove le persone non sono legate solo da un contratto sociale, ma soprattutto da attività partecipate comuni: da questo si imparano i valori civili, lo scambio reciproco, la solidarietà , quello che i sociologi oggi chiamano “capitale sociale” cioè la consapevolezza dell’appartenenza a un contesto, dell’importanza delle relazioni orizzontali tra le persone, delle relazioni non gerarchiche e necessarie ma scelte e informali, dei beni condivisi come beni comuni di cui prendersi cura. La città educativa è una città sostenibile. .Se noi intendiamo la natura come lo spazio di vita e di realizzazione dell’uomo, allora dobbiamo dire che l’uomo, per vivere bene deve essere coerente a questo ritmo della natura. Ma diciamo anche di più, che l’uomo egli stesso è momento della natura e non signore della natura. Allora da questo punto di vista c’è una dimensione di euritmia, di conformità ai ritmi della natura, la riscoperta della connessione originaria che c’è tra natura ed etica. La città educativa non è solo una questione “da insegnanti” , anzi! Quando parliamo di città educative dobbiamo ricordarci che i bambini sono degli ottimi educatori gli uni per gli altri molto più di quanto gli adulti non riescano ad essere e dobbiamo evitare l’errore che le scuole e gli insegnati siano le risorse più importanti nel nostro discorso. Imparare e insegnare sono attività reciproche. La città educativa assume il cambiamento nel suo straordinario valore educativo; le città hanno una storia, un presente e un futuro. Va incoraggiato il bisogno della gente, dei bambini, ad essere attori del cambiamento, ma anche a guardare al passato, ai cambiamenti che già ci sono stati nel tempo. Per questo occorre più discussione tra le persone anziane e i giovani sul futuro e sul passato. La città educativa non relega l’educazione ai luoghi specifici, ma educa con le sue strade, con le sue piazze, con la sua segnaletica, con i suoi interventi di moderazione del traffico, con i suoi parchi, con le sue scelte urbanistiche. L’ambiente è una forma di educazione tacita. Il processo di educazione di massa ha reso esplicito ed ha formalizzato i processi formativi proprio nella scuola, nei nidi, nelle materne, nelle elementari, dove si sono accumulati saperi e richiedono sintesi e specializzazione. Ma la formazione è azione quotidiana, un flusso costante di interazioni tra persone, fra gruppi, fra istituzioni e soprattutto l’interazione con l’ambiente. La città educativa promuove gli apprendimenti autonomi. E’ un luogo dove i bambini possono stare insieme liberi da un controllo eccessivo, una città accessibile dove si può imparare attraverso iniziative autonome e non completamente programmate. La città educativa è una città etica, bella perché etica, etica perché bella. Il dovere non è di per sé sacrificio. Il dovere è economico perché realizza bellezza. La bellezza e l’etica stanno insieme. L’etica ha un carattere estetico. , è una strategia di riuscita, non è un obbligo coercitivo, non un dovere morale. La città educativa e una città del movimento più che del trasporto , perché il movimento è attivo, personale. Una città del movimento è un luogo dove non tutto è regolato da ciclabili, da semafori , da flussi determinati dal mezzo di trasporto o dall’età. Mi piace immaginare una città un po’ meno prevedibile, con qualche luogo poco definito, che riesca a tenere insieme libertà e ordine, dove le norme e i divieti siano leggibili, facilmente interpretabili, ma anche flessibili ragionevoli e che lascino qualche possibilità di trasgressione. La città educativa non è una che vale per tutti, è complessa come l’umanità che la abita, non è sintetizzabile (trovo la sintesi un’operazione violenta). E’ capace di essere molteplice perché è un luogo dove è possibile vedere cose differenti, modi di vivere, atteggiamenti, architetture, quartieri, fiumi, ponti, strade, portici, case alte, case basse, case nuove e vecchie, in modo non riducibile ad un’unica immagine. La città educativa è un patto aperto , che non elenca già tutto dall’inizio. Questa ossessione che abbiamo della completezza rispetto ai nostri progetti (pensiamo ai piani regolatori che spesso nascono già vecchi!) ci vincola in elementi a volte eccessivi di rigidità. Credo in un modo di procedere fondato un po’ di più sull’inventiva, sulla curiosità, su un pensiero divergente, su previsioni ragionevoli più che su progetti, che recuperino a valore l’imprevisto e il caso. Credo sia molto educativo, tra l’altro, includere sempre l’idea, anche nel nostro lavoro coi bambini, che non tutto riusciamo a prevedere e che un atteggiamento non distruttivo o disperato di fronte all’imprevedibile è molto importante. La città educativa non mette in competizione tra loro le diverse esigenze di chi la abita ma le promuove. La città educativa si porta dentro la necessità della cura , quotidiana non straordinaria, della manutenzione costante. E’ importante che non si adotti un concetto consolidato, ma sempre la ricerca, la modificazione, il cambiamento. E soprattutto tallonare i fatti, gli avvenimenti, vivere in contemporaneità le ansie, i pensieri, le angustie di ogni giorno. La pelle dei bambini è molto sottile e non è possibile pensare di interrompere il canale comunicativo che li lega alla realtà. Nei confronti dei bambini invece la parola d’ordine è «tu adulto, non devi fare niente che il bambino non sia capace di fare». Significa che non facciamo supplenza coatta , non ci sostituiamo ai bambini, e che più che trasmettere conoscenza favoriamo l’autoapprendimento e, quando occorre, facciamo prestiti di competenze. I media si riflettono oggi nei bambini con un eccesso di metafore e simbolismi che non coincidono con un apprendimento diretto. Il bambino sta perdendo l’uso delle mani, dell’esperienza concreta che si fa intelligenza diretta. Questa perdita di una parte del corpo è una battaglia che va ingaggiata. E la partecipazione ad un progetto sulla città è operazione concreta, manuale, intelligente e visibile, molto visibile. E’ una proposta che può, forse deve anche, essere provocatoria e generatrice di «inquietudini». Essere sempre in attesa di qualcosa, fa sì che la luce non si spenga.  Anassagora di Clazomene (nato verso il 500 a.C.) : c’è un bellissimo frammento che dice che “l’uomo è intelligente perché ha le mani”. Posso ora dirvi quali sono le competenze che il coordinatore pedagogico deve avere se vuole lavorare nel campo delle progettazioni partecipate e quali sono le difficoltà più frequenti, o meglio, quelle che io ho incontrato: prima di tutto si lavora su una questione che sia a livello politico che tecnico che educativo in senso stretto , coinvolge molti soggetti e molte competenze non abituate a dialogare. La cultura della progettazione partecipata è trasgressiva perché rovescia completamente il punto di partenza (non il tecnico, non il politico, ma il cittadino o addirittura il cittadino bambino!). La partecipazione alla progettazione e alla cura degli spazi pubblici appartiene poco alla nostra cultura. Occorre molta formazione, ripercorrere più volte da capo le indicazioni teoriche, fare molta attenzione a non perdere di vista il valore di fondo del bambino costruttore, trafficatore e autocostruttore del suo sapere. Il pedagogista ha il compito principale di creare una rete che si confronta e discute e condivide un linguaggio fatta di tecnici comunali, progettisti privati, insegnanti di ogni ordine scolastico, cittadini: quando succede è una grande ricchezza e possono succedere cose molto belle! Fidarsi dei bambini: ma su questo ho già detto! Ascoltare le loro proposte e mettere nelle condizioni gli architetti e gli ingegneri di ascoltarle, di capirle, di mediarle con i vincoli costruttivi. Può essere più semplice di quel che sembra!

Imma Cusmai – Movimento Rete Interattiva

Il genitore può ritrovarsi solo per varie ragioni, più spesso si tratta di una condizione che segue un divorzio, ma può accadere per una gravidanza extraconiugale o per un avvenimento imprevedibile come la morte di uno dei genitori. Di solito è la mamma a gestire i bambini  da sola, ma negli ultimi anni sta aumentando il numero di padri che allevano i figli da soli. In Italia la legislazione tende ad uniformare le famiglie con un solo genitore ai nuclei familiari più grandi, ma questo tipo di famiglia andrebbe tutelato diversamente. Le famiglie italiane con un solo genitore rappresentano una realtà in aumento nella nostra società, famiglie invisibili da parte dello Stato, in particolare donne che si trovano in continuo condizione di precarietà sostanziale e di fragilità sociale. Nuclei familiari che per loro stessa natura sono segnati da indiscutibili elementi di vulnerabilità che toccano trasversalmente vari livelli. Occorre predisporre misure di sostegno e interventi mirati utili, servono strutture territoriali più competenti e predisposte all’ascolto attivo ed empatico necessario dopo una separazione dolorosa, specie se accompagnata da violenza psicologica e/o fisica. Donne di 35-55 anni che si ritrovano a sostenere la crescita di uno o più figli con i soli alimenti disposti dal Giudice durante la separazione, o addirittura donne che vivono senza alcun sostegno, senza un reddito mensile, pellegrinando tra amici, parenti e Caritas, racimolando il necessario per la giornata per sé gli altri componenti del nucleo familiare. Una condizione che alla lunga contribuisce a minarne lo sviluppo e l’equilibrio anche dei figli. L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) analizzando la situazione delle famiglie monoparentali, in particolare delle donne sole in Italia e in altri Stati membri dell’ Unione Europea, ha aperto una indagine sul loro legame con la povertà. La Comunità Europea indica spesso l’Italia come Paese ‘ritardatario’ nell’ applicare le decisioni emanate e condivise della UE, tanto da far seguire pesanti penali per le numerose negligenze. E’ giunto il momento di affrontare la questione dei figli di genitori separati proponendo una serie di misure che possano garantire parità di diritti. Perchè insistere su quale genitore diventa povero? Perché insistere su chi ha torto o su chi ha ragione? Perchè creare inutili squadrismi? Alla fine chi paga questi disagi oggettivi sono solo i figli. Esistono genitori poveri, non colpevoli di esserlo, non incapaci di lavorare. Essere povero è una condizione, non una colpa. Le difficoltà di conciliare vita familiare e lavoro sono notevoli per chiunque, proviamo a immaginare quanto possa esserlo quando una famiglia è composta da un solo genitore. La disoccupazione è causata dalle discriminazioni datoriali, dai mancati riconoscenti di protezione da parte dello Stato. Urge una proposta di legge rivolta a quelle famiglie monoparentali che non hanno reddito, riconoscere una corsia preferenziale per dare voce e sostegno a queste persone. In particolare per le donne che sono vittime di una reale, indiscutibile, esclusione sociale. Donne con una grande dignità che chiedono di guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro. Tra gli obiettivi considerati primari, nell’ultimo documento Strategia Europa 2020, è fortemente sollecitata la drastica riduzione delle condizioni di povertà per le famiglie composte da un solo genitore. La svolta culturale è che è lo Stato che deve ritornare “sociale”. Uno Stato sociale ha il dovere di sostenere le famiglie monoparentali in difficoltà attraverso un sistema di welfare in linea con tutti i paesi europei:oggi solo Italia, Bulgaria e Grecia non prevedono il reddito minimo di cittadinanza per le persone, tra cui molti padri e madri che perdono il lavoro o che hanno necessità di servizi Qualificati. Cosa gravissima, visto che la povertà oggi è un motivo sufficiente per sottrarre un figlio. La Milano che vogliamo dovrà abbracciare i genitori in difficoltà perchè il primo compito della genitorialità è quello di far sentire i propri figli non abbandonati, non soli. Non siamo i proprietari della vita dei nostri figli,  ne abbiamo solo responsabilità illimitata.

Gisella Bassanini – Presidente di Smallfamilies® Associazione di promozione sociale a Milano

Smallfamilies® è un osservatorio e una bussola.  Si occupa della “famiglia in trasformazione” puntando lo sguardo in particolare sui genitori singoli con figli a carico, diventati tali in seguito a separazioni, convivenze finite, fuga del partner, vedovanza, scelta. A questi offre supporto di base, servizi di orientamento e in qualità di Associazione di promozione sociale no profit, si fa portavoce soprattutto di quelle famiglie monoparentali che versano in condizione di disagio, solitudine,impoverimento (padri che non riescono a pagare assegni di mantenimento, madri sole e che a fatica riescono a garantire una vita decente ai propri figli). Dal 2014 Smallfamilies®  è anche una Associazione di Promozione sociale. In Italia, il 16% delle famiglie è monogenitoriale, il 12% a Milano.Nella nostra città 4 famiglie su 10 sono monoparentali. Nel 2014, sul totale delle famiglie con figli, il 42% (92.138 nuclei) è una smallfamilies. Oltre centomila sono i minori che nel 2014 vivono con un solo genitore (nel giro di sette anni sono raddoppiati). Nel nostro paese, almeno 4 milioni sono i genitori soli, per scelta o necessità (vedovi/e – separati – divorziati – separati da coppie di fatto, genitori unici). Un fenomeno in continua crescita.Uno studio realizzato per la “Commissione Diritti delle donne” del Parlamento europeo denuncia come in Europa (presa a 27, senza i dati per la Croazia), il 34% delle madri single di tutta l’Ue sono a rischio a povertà. Un tasso che tocca il 41% in Italia. Non diversa è la sorte che tocca le donne single con figli a carico che lasciano i rispettivi Paesi. Ad essere a rischio povertà in Europa è il 33% delle “madri migranti”, come le definisce il rapporto, l’Italia è poco sotto la media europea (31%). Il rischio di povertà, per loro, si traduce nell’esclusione sociale in termini di accesso al trasporto pubblico, assistenza sanitaria di base e alloggio decente (Fonte: dati eunews).

Proposte di Smallfamilies®:

1 – Incentivare la creazione di una filiera di servizi orientati alle necessità e ai bisogni delle famiglie monogenitoriali; 2 – Individuare azioni a sostegno della conciliazione famiglia-lavoro tenendo conto delle particolari necessità che sono proprie di questa tipologia familiare; 3 -Pensare alla casa per i genitori soli non solo come progetto di residenzialità temporanea ma come un servizio in grado di ospitare progetti di vita di medio e lungo periodo e rimuovere qualsiasi ostacolo che impedisca a questi genitori e alle loro famiglie l’accesso ai servizi, consentendo anche ai genitori non più giovani (anche agli over 50 quindi) di poterne usufruire. (Il riferimento è a un bando di housing sociale promosso da una realtà del terzo settore milanese nel 2014 ha messo come età massima del monogenitore 50 anni);

Pierfrancesco Majorino – Assessore alle Politiche sociali e Cultura della salute Comune di Milano

Non è vero che non c’è coordinamento oggi, quello che manca è narrazione, è senso generale delle scelte. Noi stiamo per produrre i bandi riguardanti la gestione unitaria del piano per l’infanzia relative alla legge 285: “Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”. Stiamo per mettere in campo interventi sulla biennalità per circa 11 milioni di euro, solo sui temi dell’infanzia e dell’adolescenza. E questi affrontano vari ambiti, distribuzione del Garante, che non è un fatto diciamo formale, diventa l’obbligo a costruire una centralità visibile su questi temi, interventi riguardanti l’apertura della scuola al pomeriggio, in sostegno ai consigli dei ragazzi, interventi riguardanti alla socialità nei quartieri. Interventi – e siamo la prima città d’Italia a farlo – che sosterranno direttamente famiglie che aiutano altre famiglie, mettiamo a disposizione 800 mila euro per percorsi di mutuo aiuto fra famiglie in relazione alla questione della cittadinanza. Interventi relativi alla fruizione sportiva e culturale. E stiamo facendo questo tipo di percorso includendo la questione cruciale della lotta contro la dispersione. Tutto questo è stato il frutto di un coordinamento tecnico. Ma il tema qual è? E’ come lo restituisci alla città. Cioè diventa una delle tue priorità in relazione in cui segni la tua esperienza di Governo a Milano o diventa una delle tante necessità? Ed è questa parte che ci manca. Ci manca la capacità. Secondo me abbiamo un buon anno di lavoro per poterci lavorare sopra.

Fiammetta Casali – Presidente Comitato Provinciale Unicef Milano

Il programma dell’UNICEF Città amiche delle bambine e dei bambini (Child-friendly Cities) si sta sviluppando in Italia e in molte altre parti del mondo e concretizza la creatività e l’impegno delle comunità, delle bambine, dei bambini e dei loro governi nel rendere la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza una pratica quotidiana. L’iniziativa trae origine dal riconoscimento di alcuni importanti fenomeni:la rapida trasformazione e urbanizzazione delle società globali; le crescenti responsabilità dei governi locali nei confronti delle loro popolazioni nel processo di decentramento; e, di conseguenza,l’importanza crescente delle città all’interno dei sistemi politici ed economici nazionali. La Città amica dei bambini è una città la cui amministrazione mette in rete tutte le iniziative  che riguardano l’infanzia e che si preoccupa di verificare quale sia l’impatto sull’infanzia di tutte le azioni che il Comune intraprende. Il Comune di Milano ha aderito al progetto con una dichiarazione di impegno compresa nel VI Piano dell’Infanzia. L’UNICEF in collaborazione con l’associazione MeglioMilano sta elaborando il 1° Rapporto sulla situazione dell’infanzia e dell’adolescenza nella città secondo raccogliendo dati disaggregati nelle aree tematiche relative a salute, famiglia, istruzione, benessere, giustizia, disagio/protezione. Una particolare attenzione verrà posta al problema della povertà, non solo la povertà assoluta, che è chiaramente un aspetto molto importante, ma anche la povertà relativa, secondo l’indice di deprivazione che mette a fuoco il concreto accesso, da parte della popolazione minorile, di una serie di beni e servizi che oggi sono ragionevolmente considerati normali per un bambino che cresce in un paese a reddito elevato, come quelli del continente europeo.

Paolo Mottana – Professore Bicocca Dip. Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” 

Intorno al tema dei diritti delle bambine e dei bambini occorre mantenere una grande consapevolezza, altrimenti si rischia di far retorica. E retorica pericolosa. Cosa significa oggi parlare di diritti delle bambine e dei bambini, nell’epoca dell’impero assoluto del capitale finanziario, dello sterminio di tutto ciò che non sia merce e denaro? Nel tempo della scomparsa dell’infanzia dalle nostre città, rinchiusa come è e presidiata a vista da adulti-guardie giurate ovunque: in casa, a scuola, nei luoghi dove viene trasportata per passare qualche ora, nei giardini, in auto? Anzitutto: diritto alla libertà, a spazi dove possa muoversi e esprimersi senza la presenza costante e normativa dell’adulto. E diritto di partecipazione nelle scelte che li riguardano, a tutti i livelli e in tutti i contesti. In secondo luogo: diritto all’avventura. E’ ancora possibile pensare la dimensione dell’avventura, e cioè di un divenire scoprendo, meravigliandosi, a contatto con i molti volti del mondo, dell’infanzia? Difficile ma necessario. E poi: diritto all’esperienza, esperienza plenaria, vitale, integra, non quella simulazione educastratoria che gli viene rifilata nelle scuole, negli oratori, nei laboratori per bambini. Esperienze sempre decontaminate, prevenute, prescritte, normate, su misura. Occorre ripristinare il loro diritto a vivere (posto che sia mai successo e qualche volta è successo). Vivere per intero! Con il loro ripristiniamo il nostro. La loro gabbia è la nostra gabbia. L’iperprogrammazione delle loro attività è il fedele specchio della nostra, il loro mondo paranoico è solo il riflesso pallido del nostro, individui soli costantemente all’opera del nostro proprio “autosfruttamento” (a caccia di un successo che neppure sappiamo più esattamente cosa sia). E poi basta con la sorveglianza degli esperti, con l’occhio mortifero degli psicologi, sempre a caccia di nuove diagnosi precoci, di nuovi disturbi da sottomettere a nuovi protocolli, a nuovi abusi, a nuovi farmaci. Rispettiamo le singolarità, i ritardi, le disobbedienze. Impariamo a leggerle come la soggettività che chiede attenzione, come un segnale di differenza da tutelare, altro che trattamenti e psichiatrizzazione! Per non parlare poi dell’infausta minaccia della professionalizzazione precoce, del tumula mento sull’altare del lavoro, degli apprendistati solo per vendersi prima e meglio, delle competenze spendibili, delle intelligenze emotive da spendersi per fregare meglio gli altri! Aiuto! Chiedono di essere di nuovo presenti nel mondo, con il loro stile, la loro fantasia, le loro domande capricciose e imbarazzanti. Via dalla scuola, verso un apprendimento diffuso, verso le molteplici occasioni, verso l’aria aperta! Insomma bambini e bambine, ragazze e ragazzi chiedono (senza poterlo dire, che non hanno vice, come mai l’hanno avuta), di poter essere nel modo peculiare che gli è proprio, che certo infastidisce i ritmi folli e del tutto disumanizzati di questa nostra idiotizzata società, che sconquassa il traffico, la pressione degli impegni, gli orari deliranti (quando i bambini potranno di nuovo svegliarsi a un’ora decente?), finalmente! E che forse, proprio per questo, ci aiuterà anche e reinterrogare i nostri ritmi, a rivisitarli radicalmente, per conquistarci il diritto di farli deragliare per vivere con loro (non sempre però se no di nuovo ci hanno troppo tra i piedi), per imparare da loro, per affidarsi a loro, che ancora, se si è in tempo, non sono stati definitivamente lobotomizzati come purtroppo la maggior parte di noi.

Irene Bernardini – Psicoterapeuta mediatrice Centro GeA – Comune di Milano 

Io temo che siamo in parecchi – più o meno francamente patologici – ad esser vittime di un modo, sicuramente infelice, di rappresentare noi stessi in relazione all’altro: un modo che rimuove proprio la vulnerabilità. La cultura, o l’incultura se pensiamo all’ aria che tira tutto intorno a noi, ci vuole prestanti, performanti, tonici nel corpo e nell’anima.  I filosofi riempiono volumi sul tema. A me, qui ed ora, viene da dire soltanto: “che peccato!”. Peccato, perché è solo sul ponte ideale della differenza, che mette in contatto la mia vulnerabilità con quella dell’altro, che io posso riconoscerlo, l’altro, e incontrarlo, e in quell’incontro riconoscere anche la mia umanità. Peccato, soprattutto, se è vero che non siamo più capaci di vedere la differenza tra noi e i bambini. Sulle loro spalle, esili e morbide, stiamo scaricando la nostra difficoltà a rispondere: non tanto a loro e per loro, ma di noi stessi. Come mi suggeriva Elena Rosci (la collega e amica, autrice tra l’altro di Mamme acrobate, un libro illuminante e illuminato) durante una chiacchierata sul modo bislacco in cui i bambini vengono abbigliati come dei grandi, noi adulti facciamo sempre più fatica ad accettare il corpo come limite: ci sono cose che da piccolo non puoi ancora fare o essere, ci son cose che da grande non puoi più fare o essere. La cultura che respiriamo non accetta il limite. Non conosce il “non ancora”, figuriamoci il “non più”. E allora: “siamo tutti adolescenti!”. Ecco lo slogan dei nostri tempi di euforia maniacale (maniacale, come spiegano gli psicologi, è quel modo di difenderci dallo sgomento della vita trasformandolo in vitalismo). L’adolescenza, fantasticata come l’età delle grandi potenzialità, degli orizzonti aperti e smisurati, della bellezza, dell’amore. Ma anche l’età della forza, del sogno di indipendenza e realizzazione, in cui potenzialità e orizzonti sbocciano e si spalancano. L’età in cui il corpo tutto promette e nulla nega. Insomma, quando si dice che l’adultizzazione dei bambini è speculare all’infantilizzazione degli adulti si dice una mezza verità. Sarebbe forse più corretto, più vero, affermare che non siamo alle prese tanto con un ribaltamento delle età  della vita e della loro rappresentazione  quanto con una sorta di omologazione fantastica. Ci illudiamo di incontrarci lì, con i nostri bambini, nell’età dell’oro dell’adolescenza: loro già forti e capaci, noi ancora forti e capaci. Loro, cui dobbiamo assicurare, in fretta, felicità e prestanza; noi, che dobbiamo trattenere a oltranza le “magnifiche sorti e progressive” della giovinezza, anche a costo di smarrire il senso della nostra storia. Quella che, a volerla ascoltare, ci racconterebbe il nostro corpo, con le sue trasformazioni, con i suoi limiti. E se non siamo più capaci di ascoltare la storia di noi stessi, quella che ci racconta il corpo, difficilmente possiamo ascoltare quel che ci chiede il corpo commovente perché potente e fragile dei nostri bambini. Stiamo rischiando di perdere la percezione della differenza tra noi e l’altro, tra grandi e piccoli, tra noi e i bambini, dicevamo. Ed è impressionante, almeno per me, che quei loro corpi, quei loro tratti, il loro modo di muoversi non bastino a farci ritrovare l’orientamento.  Non sappiamo più vedere i nostri bambini? La grana morbida e liscia della carne anche nel maschietto più muscoloso, la panciotta prominente anche nella bambinetta più snella, gli occhi grandi, sempre enormi perché crescono prima degli altri lineamenti, i capelli perennemente arruffati marado il barbiere di papà o la tortura del phon, le mani polpose e pasticcione e misteriosamente sempre piuttosto sporche, i polpaccetti guizzanti perché le gambe servono per pedalare e correre e arrampicarsi (e non per essere accavallate), i movimenti maldestri e insieme stupefacenti per agilità e sprezzo del pericolo, l’abbandono commovente nel sonno, lo sguardo strabuzzato che fissa il gelato mentre il cioccolato cola a rivoli sulla maglietta, la lingua tra i denti perché mica è facile colorare senza uscire dai margini, il brontolio insensato trapunto di versacci onomatopeici mentre infuria la battaglia tra i mostri sul tappeto del salotto, i tuffi scombinati  e arditi con braccioli, salvagente, maschera e boccaglio in trenta centimetri d’acqua, le prove di apnea nella vasca da bagno popolata di ochette e Pimpe impermeabili, quel peso leggero e denso quando si fanno portare in braccio, e stringere un po’, quel loro costante odorino di cocker sudaticcio a meno che non siano appena usciti dalla doccia, quella loro tirannica a prepotente innocenza nel chiedere e dare tenerezza mentre si lasciano accarezzare… Come si fa a non sapere subito che loro sono altro da noi, che quei corpi diversi pretendono protezione e rispetto della loro maestosa vulnerabilità? Come facciamo a non vederli? Come facciamo a non vedere la loro spericolata esposizione a noi, ai nostri gesti? In-fanzia, in-fans: che non parla, non può parlare. Lo so, parlano eccome i bambini di oggi, pensano e parlano in modo straordinariamente evoluto. Ma il loro corpo parla anche quando stanno zitti, anche quando la loro competente petulanza ci può sviare. Ma parla se ci consentiamo un po’ di silenzio, di prenderci il tempo di starli a guardare, e di ricordare come eravamo. Io metto i bambini al centro perché ho bisogno di loro. Ho bisogno di speranza, di futuro. Ho bisogno della loro irresponsabilità affinché dalla libertà di non dover rispondere possa nascere la fantasticheria di un mondo migliore. Ho bisogno che straparlino, strapensino, che vogliano andare in pigiama sul balcone ad aspettare Babbo Natale anche se ci toccherà impedirglielo, oppure avvolgerli e avvolgerci nel piumino ed aspettare insieme a loro finché il sonno li vincerà. Ho bisogno di avere sott’occhio la loro fragile temerarietà, i terrori e l’audacia, la genialità della loro innocenza. Ho bisogno di rispettare loro per sentirmi degna. Di proteggerli per sentirmi forte. Di guardarli per sentire il bene prezioso della tenerezza. Di guardarli, ancora, e ridere di gusto. Di ascoltarli per imparare a parlare e pensare fuori dagli schemi. Ho bisogno dei bambini che sono persone intere e immature, incompiute e perfette, e cambiano ogni giorno. Noi siamo disposti ad allacciar loro le scarpe a oltranza, a evitare ogni pur minima frustrazione pur di sventare l’ignominiosa eventualità di vederli rabbuiare, ma siamo sempre meno capaci di proteggerli dalla perdita del loro tempo: quel tempo in cui i grandi non aspettano che parli per sapere che sei piccolo, quel tempo in cui l’odore, i gibolli sulle ginocchia, il gelato nei capelli, gli occhi sgranati dei mille perché  dovrebbero bastare per ricordarci che anche noi eravamo, siamo vulnerabili. E dunque aperti, pronti all’incontro, pronti a vivere. Il valore sociale della tenerezza: un dono che può venirci solo dai bambini. Un richiamo che ci fa venir voglia di rispondere. La responsabilità della tenerezza.

 

ElisabettaStrada – Presidente Commissione Consiliare Educazione e Istruzione Comune di Milano

Il Comune di Milano.in questi 4 anni di legislatura ha effettuato moltissimi interventi in campo dei diritti dell’infanzia. Molti direttamente rivolti ai bambini. Altri che coinvolgono anche i genitori atti al raggiungimento dell’obiettivo che “far star bene i genitori, di conseguenza stanno bene e sono più sereni anche i bambini”.Alcuni esempi sui quali si è lavorato. – Liste d’attesa 0 nelle scuole materne. Molte e diverse le strategie adottate per annullare le liste d’attesa senza creare classi pollaio, per garantire a tutti i bambini a Milano il diritto a partecipare alla vita della scuola materna e stare con bambini coetanei.- La delibera per la nomina del Garante dell’Infanzia- la Rotonda della Besana – uno spazio dedicato ai bambini;- Happy popping – spazi pubblici felici di accogliere le mamme che allattano;- il bellissimo lavoro fatto insieme alla Consulta della Disabilità e tutte le.componenti coinvolte nel settore degli educatori nelle scuole di Milano, che affiancano i docenti didattici e di sostegno. Questo percorso ha portato non solo ad un incremento sensibile delle risorse investite a bilancio in tema di diritto allo studio, ma anche alla creazione di un nuovo modello di accreditamento delle cooperative coinvolte, affinché venga data sempre piu centralità al progetto di vita del bambimo, attraverso progetti individuali, continuità educativa, interventi degli educatori fin dai primi giorni di scuola.- grande attenzione a bilancio in tema di edilizia scolastica, con obiettivo di togliere l’amianto da tutte le scuole, con interventi di manutenzione straordinaria e ricostruzione di nuove strutture, per offrire il benessere massimo a tutti gli alunni delle scuole comunali.- l’esperienza dei Consigli di zona dei Ragazzi e le Ragazze – interventi educativi di cittadinanza attiva , partecipata e civica, fin dalla scuola primaria; Per migliorare il collegamento tra i CDZRR e il Consiglio Comunale si potrebbe organizzare un Consiglio dedicato nei quali una rappresentanza degli eletti dei giovani studenti consiglieri, prenda la parola e presenti le proprie delibere, richieste, ai Consiglieri Comunali. Questi solo alcuni esempi di quanto si sta facendo per Milano, città dei bambini. E credo sia importante continuare in questo percorso di strategie comuni e trasversali tra più assessorati.

Michela Jesurum – Energie Sociali Jesurum Lab Milano

Essere dalla parte dei bambini – essere custodi dei loro diritti – significa riconoscere che bambine e bambini sono titolari di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici che devono essere promossi da parte di tutti. Ma essere dalla parte dei bambini – essere custodi dei loro diritti – significa anche riconoscere che bambine e bambini hanno diritto a essere piccoli: leggeri, spensierati, sognatori. Bambine e bambini che non devono sentire il peso delle preoccupazioni economiche che gravano su tante famiglie. Per questo, la mia agenzia di comunicazione, Jesurum Lab Energie Sociali, insieme con l’Assessorato alle Politiche sociali e Cultura della salute del Comune di Milano ha deciso di promuovere il “Diritto al compleanno”. Un’iniziativa tesa a garantire a ogni bambina e a ogni bambini il diritto a un giorno di festa. Gli amici, il regalo, le candeline: una giornata di giochi per ricordarsi che l’infanzia è una cosa seria. Per questo, grazie alla collaborazione di sponsor privati, ci siamo impegnati nell’organizzazione di 100 feste di compleanno gratuite per bambini che provengono da famiglie che patiscono le difficoltà economiche della crisi. Sappiamo che il diritto al compleanno può apparire un diritto di importanza secondaria e tutto sommato marginale a fronte di problemi più urgenti e preoccupanti. Eppure sappiamo che in una città come Milano va applicato il principio della povertà relativa, che finisce per creare barriere di esclusione e discriminazione, forse meno lapalissiane eppure altrettanto amare, soprattutto in un’età in cui il gioco, gli amici e la socialità dovrebbero costituire i pilastri del proprio mondo in espansione. Per questo la mia agenzia di comunicazione si è impegnata nella costruzione di un’iniziativa che rispondesse ai bisogni sottolineati dal pubblico – l’Assessorato alle Politiche sociali, consapevole dell’impoverimento cui negli ultimi anni sono andate incontro molte famiglie – chiedendo aiuto e risorse ad aziende private. Come ha spiegato, l’Assessore Majorino: “La sinergia tra pubblico e privato ha permesso in questi ultimi due anni di realizzare numerose iniziative a beneficio dei cittadini e a costo zero per l’Amministrazione comunale”. Credo che questa sia la strada da percorre: in questa stagione in cui il pubblico fatica a trovare le giuste risorse, sia utile – per costruire progetti per il bene dei bambini e delle bambine, che in fondo è il bene di tutti noi – individuare partner privati, sensibili a tematiche di tipo sociale e interessati a contribuire a progetti a tutela della nostra realtà sociale, può permetterci di mettere in campo iniziative di qualità. È questo che abbiamo provato a fare con “Diritto al compleanno”, convinti che, garantendo ai bambini e alle bambine un giorno di festa, si possa contribuire a proteggerli dalle responsabilità che gravano sulle spalle di noi adulti. Loro – i più piccoli – meritano di essere educati alla responsabilità, ma siamo noi, bambini ormai cresciuti, a doverci impegnare per garantire loro un presente e un futuro generosi di opportunità.

Diana De Marchi – Insegnante, ex cons. provinciale. Collabora con l’assessorato all’educazione

A Milano abbiamo un patrimonio di esperienze educative straordinarie sia recenti che del passato e sicuramente un’amministrazione comunale efficiente può favorire la diffusione e la messa a sistema di queste buone pratiche, ma non può farcela da sola. Dobbiamo favorire la possibilità di condividere riflessioni, discussioni e sperimentazioni educative per riprendere e sottolineare quello che la scuola è stata e può essere nella nostra città, anche nell’ottica metropolitana. Riattivare il protagonismo dell’educazione non solo nella nostra area geografica, ma nel nostro paese partendo da Milano con progetti capaci di interpretare i cambiamenti e trasformarli in azioni concrete. Stiamo già seguendo questa strada, ma dobbiamo delineare in modo chiaro la nostra direzione, rafforzare le alleanze con le istituzioni, le scuole e le realtà associative per realizzare il progetto della nostra città dell’educazione che significa mettere al centro la funzione educativa rivolta a tutti e a tutte, bambini, giovani e adulti. Le nostre pratiche educative devono poter raggiungere tutti e quindi dobbiamo coinvolgere le istituzioni scolastiche e le realtà del nostro territorio, gli insegnanti e gli studenti per recuperare il meglio delle elaborazioni e delle esperienze degli ultimi decenni e rilanciare azioni politiche future creando sinergie positive che ci permettano di vivere in un contesto educativo diffuso che vede il Comune  regista del buon funzionamento delle istituzioni educative, capace di coordinare la rete di tutti gli attori e di mettere insieme risorse umane ed economiche, perchè Milano possa essere una comunità educante attiva capace di rispondere alle nuove e diverse esigenze di bambini e bambine, ragazzi e ragazze e adulti. Gli Stati Generali della Scuola che stiamo organizzando saranno una tappa importante di questo percorso iniziato che va consolidato.

Cristina Deleo – Insegnate ICS De Andreis Milano

Da anni nella nostra scuola (Francesco d’Assisi via Dalmazia 4/Istituto Comprensivo di via De Andreis) abbiamo avviato una profonda riflessione per dare sempre più voce ai “Diritti dei bambini”. Dal ragionamento è nata l’idea sperimentale “Progetto Rappresentanza”. Nelle classi del nostro Istituto, ogni anno vengono eletti due rappresentanti, un maschio ed una femmina dopo regolari e partecipate candidature. Seguono poi assemblee di classe e “Consigli dei Rappresentanti” che coinvolgono infine, anche il Dirigente scolastico e il suo “Vice” finalizzate a trovare risposte a richieste di vario tipo. Tale approccio ha dato spessore e rilevanza alla programmazione, da molti punti di vista. Per esempio, nella comprensione di categorie storiche e di diritto quali suddito/cittadino, dittatura/democrazia ecc. e nel raggiungimento di diversi obiettivi formativi: apertura al dialogo e gestione dei conflitti. Abbiamo poi successivamente aderito con molto entusiasmo al Progetto “CdZRR” (Consiglieri di zona dei ragazzi e delle ragazze) del Comune di Milano esteso alle 9 zone. Molto positive e interessanti sono state le esperienze nel nostro Consiglio di zona 4 dove si è raggiunta un’ottima sinergia tra docenti e studenti delle scuole del territorio, facilitatori delle associazioni e consiglieri. Interessanti le ripercussioni sulla Circoscrizione. Tale Progetto infatti sembra calarsi molto positivamente in questa fascia d’età “operatorio-formale”. Siamo soddisfatti del lavoro avviato nel Consiglio di zona ed i risultati acquisiti lo dimostrano ampiamente! Con la partecipazione e la responsabilità diretta, crediamo che possa crescere nei giovani studenti una più grande consapevolezza dei diritti e anche dei doveri. E’ un piacere infatti vederli riunire e occupare le poltrone nel Consiglio unitario e poi divisi nelle commissioni, scegliere e discutere i vari punti all’ordine del giorno seguiti da democratiche votazioni, con una serietà e un impegno davvero ammirevoli! Un’esperienza più ampia, compiuta su un territorio extra-comunale, potrebbe avere risultati assai promettenti : una sorta di vera e propria lezione sul campo di democrazia, finalizzata a una Società più equa e giusta dove i bambini assumono un ruolo da protagonisti. (Cristina Deleo, insegnante – Istituto Comprensivo – Francesco D’Assisi).

Miriam Petruzzelli – Collaboratrice scuola secondaria Ics M.T. Calcutta

L’ICS Madre Teresa di Calcutta opera in zona periferica, in un contesto fortemente eterogeneo, in cui la scuola rappresenta un solido presidio di legalità. L’istituto ha pertanto accolto pienamente la proposta di istituire il consiglio di zona dei ragazzi attivando anche uno strumento di rappresentanza interno. L’esperienza è stata condotta nel tentativo di favorire il più possibile lo scambio e il dialogo tra tutte le parti. Ciò sta avvenendo tanto internamente quanto in relazione agli organi istituzionali coinvolti. Tuttavia si percepisce l’esigenza di realizzare un raccordo tra gli interventi capace di sostenere lo “sguardo di fiducia” dell’ente locale al fine di valorizzare le esperienze realizzate e motivarne il proseguimento allontanandosi dal rischio di personalizzazione delle iniziative.

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Convegno Rete Interattiva, Roma 6 giungo 2014

LOCANDINA EVENTO ROMA

Poniamo l’accento sull’importanza del riconoscimento della violenza maschile contro le donne, una violenza che spesso viene confusa con il termine “conflitto”, ma è importante chiarire la distinzione tra “violenza” e “conflitto”  perché è vero tutto parte dal conflitto che però può successivamente  degenerare e sfociare in episodi di violenza.  Parliamo della dinamica dell’escalation da conflitto a violenza”.  In una situazione conflittuale esiste sempre, potenzialmente, la possibilità di evitare la violenza ma quando le situazioni degenerano significa che noi – o chi ci sta intorno –  non abbiamo/hanno  visto/ascoltato  i  “segnali” di rischio che nel corso del conflitto si sono manifestati. Di fronte ai numerosi casi di femminicidio riportati quasi quotidianamente dai media l’opinione pubblica manifesta dolore, sdegno, preoccupazione, ma ormai anche rassegnazione e questo non possiamo accettarlo, serve reagire, soprattutto attraverso l’impegno di tutti. Servono azioni concrete ed energiche perché il fine è quello di dimostrare alle donne che non sono sole.

I DATI

Una donna su tre nel mondo è vittima di violenze da parte del partner o di violenze sessuali esercitate da altri, secondo un rapporto dell’Oms Organizzazione mondiale della sanità, che si basa sulle stime di dati sulla popolazione di 81 Paesi. La violenza fisica o sessuale colpisce più di un terzo delle donne nel mondo (35%) e la violenza domestica inflitta dal partner è la forma più comune (30%). Molti casi non vengono denunciati. «La violenza contro le donne è un problema mondiale di salute pubblica di proporzioni epidemiche», ha dichiarato Margaret Chan, direttore generale dell’Oms, presentando il «primo studio sistematico» mai condotto con dati globali, redatto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in collaborazione con la London School of Hygiene and Tropical Medicine e con il Consiglio sudafricano della Ricerca medica. Margaret Chan ha inoltre affermato: “i dati mostrano che la violenza femminile è divenuto un problema di salute di enormi proporzioni. Abbiamo notato che i Servizi Sanitari Nazionali di diversi Paesi possono e devono fare di più per dare conforto a donne che subiscono atti di violenza fisica e abusi sessuali”.

I dati sulle donne vittime di abusi da parte di un partner intimo evidenziano che:

morte e lesioni: lo studio ha riportato che il 38% di femminicidi nel mondo è causato dal partner intimo, mentre il 42% delle donne che hanno subito abusi fisici da parte del proprio compagno ha anche patito danni da lesioni;

depressione: subire un atto di violenza dal proprio partner contribuisce considerevolmente allo sviluppo di disturbi mentali. Le donne sottoposte ad abusi da parte del proprio compagno hanno, infatti, quasi il doppio delle probabilità di soffrire di depressione, in confronto a donne che non hanno subito violenze;

abuso di alcol: le donne che subiscono abusi per mano del proprio partner hanno quasi il doppio delle probabilità di sviluppare problemi con l’alcol;

malattie sessualmente trasmissibili: le donne vittime di abusi da parte sia del proprio partner, che di sconosciuti, hanno l’1,5% di probabilità in più di contrarre infezioni, come la sifilide, la clamidia o la gonorrea. In alcune regioni (come l’Africa subsahariana) hanno l’1,5% di probabilità in più di contrarre l’HIV;

gravidanze indesiderate e aborti: sia la violenza subita dal partner, sia quella da parte di sconosciuti può portare a gravidanze indesiderate. Lo studio ha dimostrato che le donne che subiscono abusi fisici hanno quasi il doppio delle probabilità di avere un aborto, rispetto alle donne che non hanno subito violenze;

I BAMBINI ..Quando la  violenza irrompe devastante nelle relazioni di intimità, quando si consuma con gesti estremi nelle famiglie,  bambini o adolescenti  sono i testimoni che sopravvivono, sradicati dagli affetti più profondi, quando cala il buio sulle loro vite. Nel caso di femminicidio, otto volte su dieci, l’autore del delitto è il loro padre che si suicida o finisce in carcere per molti anni. I figli e le figlie restano soli, che cosa ne è di loro e delle loro esistenze, che cosa avviene il giorno dopo? In dodici anni sono stati circa 1500 i minori sopravvissuti alla morte della madre per femminicidio. Le conseguenze del dolore associato alla perdita di entrambi i genitori in circostanze  tragiche e violente, l’incertezza rispetto al futuro, la gestione di terribili conflitti interiori come l’amore per il padre e l’orrore per il gesto che ha compiuto, espongono gli orfani a disturbi cronici da stress post traumatico: depressione, abuso di sostanze, devianza sociale  e suicidio..” [Nadia Somma – Presidente Centro antiviolenza Demetra]-  http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/22/switch-off-un-progetto-per-i-figli-delle-vittime-di-femminicidio/922579/

 

Movimento Rete Interattiva Press

Convegno “Donna Oggetto della Società Violenta”

Poniamo l’accento sull’importanza del riconoscimento della violenza maschile contro le donne, una violenza che spesso viene confusa con il termine “conflitto”, ma è importante chiarire la distinzione tra “violenza” e “conflitto”  perché è vero tutto parte dal conflitto che però può successivamente  degenerare e sfociare in episodi di violenza.  Parliamo della dinamica dell’escalation da conflitto a violenza”.  In una situazione conflittuale esiste sempre, potenzialmente, la possibilità di evitare la violenza ma quando le situazioni degenerano significa che noi – o chi ci sta intorno –  non abbiamo/hanno  visto/ascoltato  i  “segnali” di rischio che nel corso del conflitto si sono manifestati.

trasferta

Per informare con dati e nomi

.. “vi è mai capitato di essere vittime di un incidente stradale e di ricevere dal pirata della strada la richiesta di saldare al 50% il suo ricovero in ospedale per il grande spavento nel vedervi a terra feriti? A me no, per fortuna, ma quante similitudini ruotano attorno a queste rocambolesche vicende.. [Imma Cusmai] – (il mio libro è iniziato, mi ha molto ispirato quello di #giuliocavalli: “nomi, cognomi e INFAMI”). 

 

NOMI COGNOMI E INFAMI

Storie eccezionali e persone normali, almeno così dovrebbe essere. Storie che dovrebbero verificarsi di rado, eccezionali appunto, e di persone come tante, normali appunto.

Ma così non è.  Perché ci sono storie che ci raccontano fatti che accadono troppo spesso e persone che per scelta o per forza si ritrovano ad essere meno comuni di tante altre.

Allora forse sono le storie ad essere diventate normali e le persone eccezionali, perché queste storie ci raccontano di mafia e di camorra, di soprusi, di ingiustizie, di violenza. Ma ci raccontano anche di persone che hanno scelto di non piegarsi agli ‘uomini d’onore’ perché l’onore, quello vero, è tutta un’altra cosa e a non farcelo dimenticare qualcuno ci deve pur pensare.

Giulio Cavalli narra in prima persona i fatti, i nomi, le facce di una vita che non ci appartiene e che non ha né onore, né dignità. Storie, per cercare di fare chiarezza intorno ai fatti che stanno dietro ad un omicidio tristemente noto, quello di Paolo Borsellino. O ancora per riportare alla luce fatti forse meno conosciuti, ma non per questo meno carichi di significato, come quelli che hanno per protagonista il magistrato Bruno Caccia, ucciso a Torino dall’ndrangheta per le sue indagini ‘troppo concentrate’ sulle attività illegali sviluppatesi in Piemonte.

Una narrazione su chi questi fatti li ha vissuti e ha cercato di capire e di conoscere, come Giuseppe Fava. Ma anche di chi queste storie le combatte quotidianamente, come Rosario Crocetta e Antonio Ingroia o i ragazzi diAddiopizzo.

Nomi, cognomi e infami è un percorso che attraversa le tante facce della malavita e le storie ad essa collegate, ma anche quella personale e lavorativa dello stesso Cavalli che in una scena essenziale, vuota, ripercorre questi ultimi anni che lo hanno portato a tanti e significativi incontri da cui sono nati dei brevi monologhi.

Ne nasce così un “raccontarsi di pancia” come farebbe il giullare, dalla scelta di riprendere la lezione di Peppino Impastato che diventa per Cavalli l’utilizzo dell’ironia contro la mafia – l’antiracket culturale in cui ridere di mafia è una ribellione incontrollabile – passando per i dati sulle mafie al Nord, fino all’ecomafia e i rifiuti della Campania.

Un percorso legato da un unico filo conduttore per mantenere viva la memoria, certo, ma anche per informare con dati e nomi, per dare voce a chi quotidianamente combatte una battaglia che troppo spesso sembra persa in partenza, per non cadere nella ‘normalizzazione’, per risvegliare le coscienze di una società civile che non può permettersi di ignorare quanto accade, perché se ne parli sempre, non si dimentichi e non si volti mai la faccia dall’ altra parte.

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8 marzo 2014

di Imma Cusmai

Nel 2014 ci sono ancora donne che a 40 anni vivono con i genitori, alcune lo fanno per reale necessità – non vi sono dubbi l’attuale crisi condiziona oltremodo – altre invece lo fanno per pura comodità e per avere le spalle sempre coperte. Questo stato di apparente privilegio le condiziona a tal punto da rimanere, per certi versi, sempre un po’ bambine. Donne che non hanno identità personale, non sanno chi sono, se non in funzione di chi le circonda. La persona che ha paura di crescere infatti è alla costante ricerca di conferme esterne: conoscenze, ricerca di cure, di calore, di protezione, facile intuire di come “gli altri” diventeranno e saranno solo una proiezione di sé. Saranno oggetti o strumenti da usare per il raggiungimento dei propri interessi.

Ci sono donne invece che – magari già con dei figli – scelgono di affrontare la vita con dignità e tenacia – reagendo alle stesse condizioni di precarietà che il nostro tempo impone– con impegno e determinazione. Donne che sanno assumersi una responsabilità ampia e consapevole, donne pronte a guardare in faccia la realtà, senza nascondersi dietro a nessuno. Donne che sanno guardare la realtà anche mostruosa davanti a loro con occhi attenti e lucidi, con la capacità nello stare al mondo partendo da una risorsa non sempre comune: sapersela cavare.

Erin Brockovich ci ricorda questo tipo di persone. 

Erin aveva tre figli, avuti da due diversi mariti, era una donna ancora giovane e appariscente, ma era disoccupata e non sapeva come dar da mangiare ai propri figli,  non aveva nessuna delle caratteristiche dell’eroina, eppure era “forte come la verità”. Una delle sue dichiarazioni ci permette di cogliere la sua essenza: “credo che, in assenza della verità, tutti noi siamo impotenti nel difendere noi stessi, la nostra famiglia e la nostra salute, che sono i doni più grandi che abbiamo.”

Erin non ha esitato un istante ad assumersi la piena responsabilità della sua vita e quella dei figli, lo ha fatto senza tentare di gettare la responsabilità altrove o senza tentare di cavarsela assoldando complici. Con totale e incondizionata disponibilità ha agito per cercare soluzioni.

Lei ha reagito.

Oggi è la festa delle donne, è a tutte noi che rivolgo questo pensiero: nel cuore, è qui che abita la nostra vita.

women day

MALTRATTAMENTO SUI BAMBINI: MILANO PUNTA SULL’INFORMAZIONE E LA FORMAZIONE DEI MEDICI PER CONTRASTARLO

Il 5 febbraio 2014, presso la Sala Alessi di Palazzo Marino (Comune di Milano),  Terre des Hommes, SVSeD e Ordine dei Medici hanno presentato un nuovo agile strumento per contrastare il maltrattamento sui bambini. Il Vademecum per l’orientamento di medici e pediatri nella gestione dei casi di maltrattamento (o di sospetto) a danno di bambine e bambini raccoglie utili e puntuali informazioni sui vari tipi di abusi, come e quando fare la segnalazione e a chi rivolgersi. Il leaflet sarà distribuito nelle strutture sanitarie di Milano ed è disponibile online.

Imma Cusmai Conferenza Stampa

“Milano si dota di strumenti essenziali per il contrasto al maltrattamento sui bambini. Il vademecum e i corsi di formazione sono iniziative che aiuteranno medici e pediatri a gestire nel miglior modo possibile i casi di abuso sui minori. Il tema è delicato e va trattato con grandi cautele. Per questo avere un supporto competente è ancor più importante”, dice Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali e Cultura della Salute del Comune di Milano.

“A distanza di un anno dalla presentazione della nostra indagine “Maltrattamento sui Bambini: come lo riconoscono i medici di Milano?”, che aveva rivelato un forte bisogno d’informazione e formazione da parte dei medici di famiglia e pediatri, la rete che abbiamo creato con istituzioni pubbliche e strutture sanitarie è oggi in grado di presentare una serie di strumenti per un efficace contrasto del fenomeno”, dichiara Federica Giannotta, Responsabile Advocacy e Programmi Italia di Terre des Hommes”.

“Una precoce identificazione dei segni di maltrattamento è essenziale per ridurre al minimo le sofferenze e i disagi dei bambini”, sostiene Lucia Romeo, Responsabile Pediatra del servizio SVSeD Soccorso violenza sessuale e domestica dell’IRCCS Policlinico Milano. “Tuttavia, secondo l’indagine molti medici fanno ancora confusione tra le varie tipologie di maltrattamento e, cosa ancora più grave, hanno delle incertezze su come e dove segnalare i sospetti casi di maltrattamento. L’89% degli interpellati ha dichiarato inoltre di sentire la necessità di uno specifico training sull’argomento”.

L’iniziativa ha messo in rete vari importanti istituzioni ed enti pubblici come l’Università degli Studi di Milano, ASL Milano, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggior Policlinico e OMCeO – Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri e ha il patrocinio del Comune di Milano, Società Italiana di Pediatria e SICuPP – Società Italiana delle Cure Primarie Pediatriche.

Pur molto diffuso il maltrattamento sui bambini è un fenomeno ancora poco conosciuto dalle istituzioni e dagli operatori titolati a contrastarlo.  Non esiste ancora un database nazionale sui casi presi in carico per maltrattamento nonostante da oltre 10 anni il Comitato ONU per la Convenzione dei Diritti dell’Infanzia chieda al nostro Paese di dotarsi di un efficace sistema di raccolta dati per conoscere e contrastare il maltrattamento a danno di bambini. Lo scorso settembre Terre des Hommes e CISMAI[1] hanno presentato un’indagine quali-quantitativa presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, che stima in quasi 100mila i bambini in Italia vittime di maltrattamenti e abusiPiù della metà sono femmine. Evidente quindi che sia indispensabile ed urgente varare delle efficaci politiche di contrasto, anche perchè, oltre ai gravi danni di salute mentale e fisica per il minore, il maltrattamento causa anche una spesa rilevante per la società, generando interventi di protezione o cura delle vittime, che si traducono in costi diretti per il bilancio pubblico. Un costo stimato ora in circa 13,056 miliardi di euro annui, ovvero lo 0,84% del Pil, secondo uno studio condotto dall’Università Bocconi[2] su commissione di Terre des Hommes e Cismai, presentato lo scorso dicembre. I soli casi nuovi costano 910 milioni di euro ogni anno.